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scritta borgo

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Martignano

 Su un ampio terrazzo in posizione panoramica sopra la conca di Trento, alle falde del Monte Calisio, a qualche chilometro dalla città e a circa 370 metri di altitudine vive il sobborgo di Martignano. Posto lungo la via imperiale Claudia Augusta Altinate che, su un antichissimo itinerario protostorico, sul declivo del Calisio arrivava dalla Valsugana attraverso Civezzano e Cognola, per il Maso Bolleri e Maso Specchio abbassandosi a Meano e proseguendo a nord lungo la valle dell'Adige per raggiungere le frontiere alpine, Martignano è stato per secoli un piccolo villaggio di masi sparsi e di qualche residenza estiva.

Il Mariani, nel Seicento lo definiva «villaggio picciolo ma fertile di vini, amabili e prestanti, con aria favorita di sole e in un di fresco ... ». E ag­giungeva: «Sopra Martignano nel monte detto Calisperg sta la Caccia de' Cotorni, ch'è singo­lare».

Quanto alle località di Piazzina e Muralta, che hanno sempre fatto parte del territorio di Martignano, scriveva che «sono Costiere piantate deliciosamente di Vignali e Frutti. Le Vigne dan­no Vini grandi eccellenti: li neri però più che i Bianchi, quali con l'amabile hanno del fumo. Notansi in questi siti frequenti Masi posti in eminenza contraria, che godono la più gentile: ma Muralta con esser di primo aspetto, troppo è predominata da siccità, quando non sudino le Selci, che fan di fondo: sì come Piazina l'ha di Creta la sua parte».

 

localizzazione di Martignano da Google maps

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La scoperta del riparo Gaban

Era il 1970 e un gruppo di giovani appassio­nati di archeologia preistorica si era riunito in un «Gruppo tridentino di ricerca preistorica». Sotto la guida del prof. Bernardo Bagolini compone­vano il gruppo Gianni Bergamo-Decarli, Luciano Postal, Luciano Bertoldi e Giuliano Fiorito. Furo­no loro, assieme ad altri, a scoprire tra l'altro gli insediamenti preistorici di Vatte, presso Zambana Vecchia, e di Valbusa alla Vela; in altre parole i più clamorosi rinvenimenti preistorici del Trentino e fra i più notevoli delle Alpi che, studiati, ribal­tarono indietro di migliaia d'anni gli insediamenti preistorici nel Trentino, rivelando che i nostri antenati abitavano nelle vicinanze di Trento qual­cosa come 8.000 anni fa. Il Riparo Gaban è un grave incavo che si volge a mezzogiorno nel del Castelét che si innalza tra il Maso Pa gu Sud e il Maso Zendron a Nord, sotto Marti!!Il sulle balze sud-occidentali del Calisio, a circa metri d'altitudine.

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Le residenze estive

Panorama Martignano anno 1964

Anche per Martignano, come per Cognola, vale il discorso dell'ambiente poco adatto all'erezione di ville paragonabili a quelle di Villazzano e di Povo. La collina del Calisio, pietrosa o argillosa, povera di sorgenti, perennemente battuta dal sole causa il suo orientamento a mezzogiorno, poco si prestava all' erezione di splendide ville.

Tuttavia alcune residenze estive, sia pure mo­deste, non mancarono. Risalendo da Muralta, sul terreno cretoso di Piazzina, i Cesarini vantavano vasti possedimenti che dal fondovalle risalivano sino al forte di Martignano: vi si coltivavano vigne e frumento e poi, dal Settecento, anche gra­noturco e gelsi. È rimasto Maso Cesarini, un robusto edificio con un accenno di torricella ­colombaia, secondo la moda cinquecentesca, e finestre bugnate che testimoniano il rifacimento un paio di secoli dopo. Proseguendo verso il paese, a monte dell'attuale strada della Valsugana si giunge al palazzotto cinquecentesco che abitato dai Cesarini e ora, ristrutturato è dei Coser.Si prosegue lungo la Via dei Castori: un nome singolare per un villaggio di collina dove, ovvia­mente, i castori non ci sono mai stati. Diciamo che non ci sono stati allo stato libero, ma in cat­tività i castorini ci sono stati. Li allevavano per ricavarne pellicce i Comboniani delle Missioni Africane, venuti da Verona nel 1926 per costruir­vi la loro sede (dove negli anni Ottanta si è insediato il giornale l'Adige) nei pressi di Castel dei Merli, un edificio dai merli neoromantici già residenza estiva degli Osterreicher, che ha forse origini da una bastia medievale.

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La chiesa di S.Isidoro

Chiesa S.Isidoro

Sino al 1938, quando Martignano divenne par­rocchia, la gente del villaggio dipendeva dalla pieve di Cognola. Ma già nel 1688 la comunità poteva disporre della cappella pubblica dedicata a S. Isidoro del maso Guidotino. Nella prima metà del Settecento a Piazzina, all'interno del maso dei conti Migazzi, venne eretta una cappella pubbli­ca dedicata alla Vergine del Carmelo. Doveva servire la parte bassa di Martignano. Dai Guidotino le terre passarono ai Rovereti e, verso la metà del Settecento, agli Altenburger che, tra il 1760 e il 1780 provvidero ad ampliare la cappella trasformata nell' edificio tardo barocco che è quel­lo attuale. Dietro l'altare, in una teca di cristallo esistono le reliquie del tutto improbabili di S. Giuseppe e di un frammento della Santa Croce (dove non arriva la realtà supplisce la «fede»). L'altare di legno sul fondo della cappella venne sostituito da uno di marmo e sulla parete del coro, in una cornice marmorea, venne posta la pala di S. Isidoro agricoltore. È in ginocchio sopra un sacco di grano: sullo sfondo due angeli guidano un aratro. Della chiesa e della pala ce ne parla l'architetto Antonello Adamoli nella pubblicazione «la Chiesa di S. Isidoro a Martignano» (comitato per le attività culturali e ricreative di Martignano, 1987). La pala del santo agricoltore adorante la Vergine e il Bambino è perfettamente in tono con la vita di una comunità contadina come è stata attraverso i secoli quella di Martignano. Adamoli ha studiato quest'opera danneggiata dal tempo e ha provveduto a farla restaurare dalla Provincia. È opera giovanile di un pittore veronese venticinquenne, Saverio Dalla Rosa (l'unica ope­ra esistente di questo pittore nel Trentina). Nato a Verona nel 1743, suo zio materno era il noto Giambattista Cignaroli che ha lasciato opere in Trentina. In seguito Saverio si fece un buon nome mandando sue opere anche in Russia, a Pietroburgo. Nella chiesa di S. Isidoro esisteva anche una pregevole Via Crucis stampata a Roma alla fine del Settecento, opera di tre validi incisori: Giuseppe Perini Sforza, Ludovico Feliciani e Fran­cesco Carattoni, quest'ultimo nato a Riva del Garda. Della Via Crucis l'Adamoli scrive: «Il ri­sultato ottenuto è uno splendido contrasto di luce e di ombra attraverso una sapiente alternanza di zone a tratteggio fitto e incrociato, e spazi bian­chi, risparmiati alla carta». Poco prima dello scop­pio della Grande Guerra la frazione di Martignano acquistò la chiesa di S. Isidoro dagli eredi Altenburger per 3500 corone. Dopo la guerra, iniziando nel 1924, per opera di Don Giovanni Battista Zorzi la chiesa venne abbellita da un pic­colo altare alla Madonna, da una cantoria, da un fonte battesimale e da una sagrestia. Poi dopo l'ultima guerra, nel 1949, realizzata la nuova par­rocchiale, la Chiesa di S. Isidoro venne chiusa, servendo all'attiguo Asilo d'Infanzia. Ora è in at­tesa di restauro con il ritorno della pala restau­rata e della via Crucis, per essere restituita all'uso della Comunità. 

- Tratto dal libro Storie di Sobborghi di Renzo Francescotti edito nel 1993 da UCT Trento

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Monte Calisio

Monte Calisio

Seguendo la strada per Montevaccino fino a località Pineta, dai m. 382 di Martignano, attra­verso un antico sentiero ripristinato dalla SAT negli anni '70, si sale verso i boschi del Calisio. Si cammina per il sentiero che serpeggia come un rettile del Calisio (una vipera, un «carbonàz», ovvero un biacco, una «lanza», ovvero un Colubro d'Esculapio) attraverso i boschi di pino nero sino ad incontrare la strada della Flora e poco oltre il Rifugio «Monte Calisio» a 830 metri d'altitudine.
Nei pressi c'è l'incrocio delle «Quattro strade» e attraverso una mulattiera, passando accanto a «st6i» austriaci si arriva alla cima del Calisio, a quota 1096.

È un monte basso il Calisio, bruciato dal sole nel suo versante meridionale, un monte sac­cheggiato per secoli dei suoi boschi che non sono mai stati fitti. I «Canòpi» per le loro attività mi­nerarie avevano un grande bisogno di legname e distrussero impietosamente i boschi di questo monte che sembra si chiami così proprio perché divenne «calvo». Le ultime distruzioni si fecero alla fine del secolo scorso quando l'Austria rea­lizzò le Fortificazioni come quella del Forte Casara, sull'altopiano del monte, e di Martignano, oltre a casematte come appunto gli «st6i», taglian­do le piante che ostacolavano la vista e il tiro delle bocche da fuoco. Ma l'Imperial-regio Go­verno austroungarico ebbe però il merito, dopo secoli di incuria, alla fine del secolo scorso di avviare il rimboschimento che dura ormai da cento anni e ha rimesso gli alberi sulla montagna.

 

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Storie di parroci

Nel 1850 il cav. Marsilio de Mersi, della fami­glia che a Villazzano possedeva una splendida villa, entrato in possesso della proprietà Del Monte a Martignano, disponeva nel suo testamento un lascito affinché un sacerdote con la fa­coltà della confessione risiedesse nel villaggio celebrando la messa giornaliera, insegnandovi la dottrina cristiana nei giorni festivi e assistesse gli infermi e i moribondi.

Nel 1857, due anni dopo la morte del de Mersi, si imponeva al sacerdote beneficato l'obbligo di tenere l'insegnamento elementare, fruendo di 100 fiorini all' anno di interesse, mettendo a disposi­zione per la scuola un locale nella canonica. La scuola fu effettivamente istituita una ventina d'an­ni dopo, nel 1888, contando all'inizio 28 alunni di entrambi i sessi, tra i 9 e i 17 anni. Così, dal 1856, dopo un periodo come curatore d'anime (solo per pochi mesi) di don Francesco Genetti, arrivò don Leonardo Bertolazzi di Torbole che fu curato a Martignano per oltre mezzo secolo, sino al 1908, anno della sua morte.

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La grande guerra

MONGOLFIERE, PROFUGHI E PRIGIONIERI RUSSI

«El Capitel» è un minimensile che, a cura del Circolo pensionati e anziani di Martignano, esce dal 1990. Riporta tra l'altro una serie di preziose testimonianze. Come quella di Maria Salizzoni, nata nel 1895 in paese, prima di otto figli. È una testimo­nianza raccolta da Luisa Vian che racconta come, scoppiata la grande guerra, il padre fu chiamato al fronte e la famiglia venne sfollata in Moravia.

Durante il viaggio morì il fratellino più pic­colo e i familiari lo tennero nascosto, morto, per poterlo seppellire dove sarebbero arrivati. La pic­cola Maria e la zia Beppina lavorarono in fab­brica. I Salizzoni tornarono a Martignano nel 1918. Come loro partirono per la Moravia i familiari di Valentino Scoz, che aveva appena un anno, quelli di Rachele Tomasi «Bologna», solo per fare alcu­ni nomi. Rimase in paese una minoranza: coloro che potevano dimostrare ad un'apposita commissione di avere da che vivere per almeno tre mesi. Quelli che rimasero lavoravano, uomini e donne, a costruire le fortificazioni sul Calisio.

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Vita nei masi

vendemmia 1961

«Lavoravamo i quattro ettari e mezzo di cam­pagna vendutaci dai baroni Altenburger - ricorda Augusto Rizzoli, mettendo in mostra, a 87 anni, un'incredibile memoria -. Qui a Martignano il problema della campagna era soprattutto la scar­sità di acqua: "en paes endò che canta le zigàle e l'istà l'è tut ross ... " come dicevano del nostro vil­laggio quelli di fuori. Si crescevano i gelsi per allevare i bachi da seta: noi compravamo quattro once e mezza di "somenze" per bachi. Ogni oncia produceva 60-70 chili di bozzoli. C'erano molti ciliegi, peri, prugni; pochi meli. Si coltivava fru­mento, granoturco, patate, fagioli. L'uva era "negrara", "marzemina", "pavana", "nosiola", "schiava".

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Calzolai e falegnami

Pochi erano gli artigiani a Martignano: tra questi una famiglia di calzolai che ha fatto storia, tuttora attiva dopo quattro generazioni, quella dei Fronza.

Il capostipite, Vittorio, aveva imparato il me­stiere dal «Naneto» (spesso il lavoro del «caliàr» era scelto da persone dal fisico gracile) che aveva la bottega con osteria nel ristrutturato edificio del Comune che si affaccia sulla piazza. Da suo pa­dre ereditò il mestiere il figlio Modesto, nato nel 1905. Sia lui che suo padre andarono a lavorare dai Carmelitani delle Laste, dai Comboniani di Muralta, all'Opera Serafica di Cognola, inse­gnando il mestiere ai ragazzi dell'Opera.

Le calzature più richieste erano i «prussiani», scarponi da lavoro per i contadini e da monta­gna, fatte su misura, usando chiodi di legno (<<cavici») che più si bagnavano e più tenevano. Erano scarpe che, periodicamente risuolate e rat­toppate duravano anche tre-quattro anni. Poi c'e­rano le «sgalmere» con le suole di legno, le scar­pe da donna e da bambino. Ma non si facevano più di tre-quattro paia di scarpe nuove la setti­mana; il resto erano rattoppi, con gli scarti di cuoio che servivano per il riscaldamento. Un lavoro fatto tutto a mano, da Vittorio, poi dal figlio Modesto, poi dal nipote Marco, con la prima macchina da cucire introdotta nel 1963, mentre ormai erano apparse le rivoluzionarie suole di «vibram».

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Emigranti

Secondo gli Atti Visitali, prima della Grande guerra l'emigrazione in paese era sconosciuta. Pure, qualche caso di emigrazione interna all'Ita­lia ci dovette essere se, per esempio, i Tomasi erano soprannominati, già prima dell'altra guer­ra, «Bologna», poiché uno di loro era emigrato appunto a Bologna ad esercitarvi l'arte dello spaz­zacamino.

Suor Rita Celva ricorda invece che suo padre, verso il 1930, andò a lavorare in Venezia Giulia, mentre Maria Salizzoni racconta come suo padre Davide, dopo che c'era stato nel 1924, nel 1928 tornò in Francia.

L'anno dopo la famiglia raggiunse Davide che aveva trovato un posto di operaio in una grande vetreria a Givors, non lontano da Lione. Maria, la moglie, era arrivata da lui con cinque figli, il più piccolo in braccio, senza conoscere una parola di francese, mostrando l'indirizzo del marito su Un biglietto. Abitarono in una casa di immigrati di varie nazioni, 38 famiglie, accusati di «rubare il posto di lavoro» dagli stessi italiani naturalizzati.

Tornarono in paese scoppiata la seconda guer­ra mondiale, nel settembre del 1941.

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Famiglia cooperativa

La Cooperativa a Martignano era stata fondata nel 1925 per iniziativa di Rodolfo Valdagni, per­sona istruita quanto invisa al fascismo. La prima sede era nell' odierna Piazza Menghin. Uno dei primi gerenti fu una donna, Maria Salizzoni, una, ragazza in procinto di diplomarsi maestra. Ap­prendista fu quel Beppino Tomasi detto «Simonèl» che abbiamo citato quando poco dopo emigrò in America con la sua famiglia. Fu chiamato a sosti­tuirlo Valentino Scoz, che aveva solo 14 anni. Era il settembre 1928. La «Mariota» Salizzoni era molto attiva e benvoluta dai soci della Cooperativa, ovvero praticamente da tutte le famiglie del pa­ese. Nel 1933 Valentino dovette lasciare lo spac­cio perché non poteva continuare a vivere con la paga inadeguata del commesso: scese a Trento a Port' Aquila, da Borzi, che gli diede una paga doppia. Poi andò in Etiopia a combattere per l'Ita­lia che, conquistata quella povera terra, proclamò l'Impero. Ma nel 1937 era di ritorno a Martignano per prendere il posto della «Mariota» che gli la­sciò la gestione della Cooperativa. Soldi anche lì in bottega se ne vedevano ben pochi: le donne venivano in negozio con due uova per avere in cambio un «peclìn», ossia un'aringa affumicata.

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Chiesa nuova

Chiesa di Martignano

I primi pilastri della nuova chiesa sorta sul terreno degli orti Pasquali-Leveghi-Bortolotti, ac­canto alla vecchia canonica che si affaccia sullo stradone all'inizio del paese, furono iniziati il 27 ottobre 1946, domenica di Cristo Re.

Nel 1947 fu costruita la sagrestia e tutta la randa del coro fino al campanile, dopo che - nel no­vembre dell'anno precedente - era stata benedetta la prima pietra da parte dell'arcivescovo Carlo De Ferrari. Nel marzo del 1948 si iniziò la costru­zione del campanile e di tutto il corpo della chie­sa. È del 28 di quel mese, domenica di Pasqua, un avviso parrocchiale che suona così: «Oggi ci sarà la benedizione delle case: dopo la Messa prima qui nella villa, stasera a Maderno. Domani si la­vorerà a tagliare i pini dati dal Comune per la nuova Chiesa: i carrettieri sono pregati di venire con l'asse lunga al "Salt" per mezzogiorno, per poter fare due viaggi; i muratori resteranno qui a lavorare». Come era sempre avvenuto attraverso i secoli, la costruzione della nuova chiesa fu un fatto che investì la comunità sino alle sue radici: veniva raccolto denaro con ogni occasione; le donne confezionavano cose da rivendere per la chiesa; gli uomini lavoravano come taglialegna, carpentieri, manovali, muratori, carrettieri; il Comune metteva a disposizione il legname, la sabbia e le pietre. Tutto ovviamente in completa gratuità. È così che si sono costruiti edifici come le chiese e gli oratori, con grandi sacrifici di tutti, rafforzando allo stesso tempo i vincoli della comunità. Don Serafini era un parroco di molte ri­sorse; recuperò le pietre che rivestono la chiesa dal vecchio Bazar Chesani distrutto dalle bombe; gli stipiti in pietra delle porte e le pietre delle acquasantiere le recuperò dal vecchio palazzo della Cassa di risparmio. La Via Crucis venne da Cloz, in val di Non. Dalla stessa valle, dal paese di San Zeno, arrivò l'altare. Don Leone organizzò una domenica una gita in quel paese su un ca­mion scoperto: al ritorno caricarono tutte le pie­tre dell'altare per la nuova chiesa. Finalmente, il 25 marzo 1950, festa dell' Annunciazione, il ve­scovo ausiliare di Trento Oreste Rauzi consacrò il nuovo edificio sacro.

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La filodrammatica

la filodrammatica di martignano

«Quando ancora imperversava la guerra, nel 1945, regista Domenico Redolfi, nacque in paese la Filodrammatica ... ». È Bruno Scarpari, classe 1928, uno dei quattro famosi fratelli a parlarcene. «Si recitava in un portico sopra due carri e spes­so, durante le recite, suonava l'allarme e scappa­vano tutti. Recitavamo (c'era anche mio fratello Giovanni che è del '25) lavori in italiano come "Il delitto di via Bertagna" di Berton o "Ci penso io" di Repossi. Finita la guerra andammo a smontare una baracca della Flak vicino al Forte e la rimon­tammo nell'orto parrocchiale per farvi teatro. Riuscivamo a stivarci sino a 120 persone. Col regista Franco Valdagni passammo al repertorio di Guido Chiesa, commediografo roveretano scomparso, recitando sia in dialetto che in lingua lavori come "Gheto en canònega", "1 fradèi Tegni Mola" e "Danza della morte". Fino al 1968 quan­do io mi trasferii a Moena per fare il postino. Ritornai in paese per continuare lo stesso mestie­re nel 1975: nel frattempo il parroco don Chemelli aveva sbaraccato la baracca assieme a tutte le attrezzature, le scene, i costumi. Con l'aiuto di Giovanni, mio fratello e di Franco Valdagni, sem­pre regista, ricominciammo da zero, ospiti del teatrino delle Missioni Africane. Fu allora che prendemmo il nome di Filodrammatica "Barac­ca", per ricordare la nostra "storica" baracca, e diventammo una compagnia amatoriale mista. Riprendemmo con grande successo"l fradèi Tegni Mola". Nel 1983 venne inaugurato il nuovo tea­tro sotto la casa parrocchiale appena edificata, che dà sulla piazza, in una sala di circa 200 posti. Mettemmo su la nuova commedia di Tullio Nicolussi "Per no misiar la raza" che presenta in scena le mitiche beghe tra "Martignani" e "Cognolòti": l'abbiamo rifatta per anni e chissà che noi vecchi filo dramma tici non la rimettiamo in scena di nuovo. Attualmente, negli ultimi anni, la "Baraca", presa in mano da giovani attori, re­cita un repertorio in italiano ... ». 

- Tratto dal libro Storie di Sobborghi di Renzo Francescotti edito nel 1993 da UCT Trento

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Il caso "Oberosler"

terreno oberosler

Il sobborgo cominciò ad espandersi con le nuove costruzioni delle Cooperative Acli dei «Castori» alla fine degli anni Cinquanta. Nel giro di un ventennio il sobborgo vide un'esplosione edilizia impressionante, avvenuta purtroppo in modo disordinato, compromettendo in parte l'am­biente. È del 1978 il caso legato alla proprietà Oberosler, un caso finito sulla stampa nazionale.

La campagna di Villa Sardagna, lavorata a ca­vallo della Grande guerra dai Dorigatti, era poi stata comprata da Umberto Bazzanella che nel secondo dopoguerra la vendette assieme ad un

edificio rustico a Mario Oberosler. C'era fame di terra sulla collina est. S'era formata una coopera­tiva edilizia, la «Panté» che avrebbe dovuto co­struire a Povo: ma fu dirottata a Martignano per­ché Povo era stato scelto per gli insediamenti del polo scientifico universitario. La scelta del Comu­ne per l'esproprio cadde sul terreno Oberosler a Martignano, un terreno con qualche ritaglio col­tivato, come mostrano le foto dell'epoca.

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Il quadro attuale

panorama martignano

In questi ultimi anni, arrestatasi l'espansione edilizia il sobborgo di Martignano giunto ad an­noverare poco meno di quattromila abitanti, ha trovato un suo nuovo assetto, un nuovo equili­brio. La qualità della vita vi è molto alta. Perfino il clima, una volta inquinato dai fumi dei terreni paludosi di Gardolo, e poi da quelli delle fabbri­che ora chiuse, è migliorato, è assai buono. Deter­minante è stato l'apporto delle associazioni come quelle nominate e poi di quelle sportive, sociali, culturali. Il Circolo tennis Calisio ha realizzato tre campi da tennis; il Gs Martignano un adiacen­te campo da calcio in località Pradiscola e ha at­tivato una squadra di pallavolo assieme ad ele­menti di Cognola. C'è la «Sportiva» animata da Renato Pegoretti. C'è il menzionato Circolo pen­sionati e anziani presieduto da Mario Battistata (che è anche presidente dell' Asilo parrocchiale, che si affianca a quello provinciale), un circolo molto attivo. Ci sono le sezioni dell' Aida, dell'Avis, dell'Ana. C'è il coro Monte Calisio, nato nel 1968, diretto da Renato Sassudelli; ci sono gli Amici della Montagna animati da uno dei fratelli Scarpari, Giovanni. Il più vecchio dei fratelli, Pierino (1923), è stato per oltre quarant'anni capocoro del coro parrocchiale, mentre il più gio­vane, Renato, classe 1930, è stato per undici anni consigliere comunale a Trento ed è presidente di quel Comitato per le attività culturali e ricreative, sorto nel 1972 che ha inventato, nell'88, la Disfida dei Canòpi ed è protagonista di tante concrete realizzazioni in campo sociale. Insomma, anche se a Martignano non c'è più posto per nuovi insediamenti, viverci non sarebbe male. Ma se passate di lì, l'ospitalità ai «forèsti» è per i «Martignani» un punto d'onore ...

- Tratto dal libro Storie di Sobborghi di Renzo Francescotti edito nel 1993 da UCT Trento

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Altri accenni storici e curiosità

Nel dopoguerra l’economia rurale locale risentiva ancora di una profonda crisi. Martignano era un paese di meno di 500 abitanti compresi gli ancora numerosimasi sparsi sulla collina Est di Trento) la cui economia si fondava sulla campagna. I contadini dovevano spesso “arrotondare” con altri lavori, per lo più trovati in città. I pochissimi che si improvvisavano artigiani e operai scendevano quotidianamente in città a piedi o in bicicletta. 
La strada di accesso principale al paese era tutt’altra cosa rispetto all’attuale via Bellavista e, per la gran parte, risultava l’attuale via dei Castori con inserimento sulla salita di via Sabbionare per lo sbocco nelle vicinanze della Chiesa parrocchiale costruita nel 1950. Martignano era veramente paese con sua identità staccata dalla città anche se vista poco distante. Anche Don Leone Serafini, parroco di Martignano dal 1937 al 1955 e promotore delle prime opere ed attività sociali, scendeva a Trento in bicicletta per andare ad insegnare (era dottore in Giurisprudenza) in Seminario: al rientro il curato doveva necessariamente spingere la bicicletta fino a che non incontrava qualche ragazzo, orgoglioso di entrare in paese spingendo la bici del parroco! In quegli anni c’era un forte sentimento di ricostruzione, un itrovato gusto del sociale e in genere del “nuovo” e della politica come promotrice dello sviluppo. Proprio per queste spinte ideologiche sentite dalla comunità verso una ritrovata identità sociale, una fierezza di appartenere” al territorio, accompagnata alla lungimiranza e, per alcuni versi anche scaltrezza, di Don Leone Serafini, furono gettate le basi, ... o meglio, direttamente le fondamenta, della nuova Chiesa parrocchiale (prima il servizio liturgico veniva offerto presso la Chiesetta di S. Isidoro) e della “Casa del bambino”, successivamente rinominata “Scuola Materna Don Leone Serafini”. 
Poco tempo dopo, già negli anni ’60 Martignano cominciava a crescere a vista d’occhio, aumentavano il numero di abitazioni nei terreni allora facilmente sottratti alle campagne. I servizi però non crescevano parallelamente. Qualche latitanza dell’Amministrazione comunale ha consentito indirettamente uno sviluppo urbanistico disordinato di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. 
Allora peraltro le strade erano veramente strette, mancava l’illuminazione pubblica un po’ dovunque in paese. Si legge che anche le scuole elementari (fondate nel 1926) già nel 1960 erano strette! (principio di circolarità ricorsiva?) e si optò evidentemente e semplicemente per le due classi nelle “baracche” posizionate nel piazzale fino alla ristrutturazione sostanziale in tempi relativamente recenti. 
Gli unici negozi erano la “botega” di alimentari e bazar Facchinelli (allora in piazza Menghin nell’attuale Centro Sociale spazi degli ambulatori-, con annessa una piccola osteria, successivamente spostati al posto dell’attuale negozio di vestiario e del bar di oggi). Di particolare importanza storica la Famiglia Cooperativa di Martignano, presente fin dal 1926; inizialmente nell’edificio dove risiede attualmente la famiglia Cittadini, in via D.L. Serafini, poi trasferita negli anni ’60 nell’attuale negozio di idraulica Leveghi. Negli anni ’80 la “Cooperativa” si trasferì nuovamente nell’edificio posto in prossimità del l’incrocio di via Formigheta e la Strada del Vino (casa bianca e rossa) a fianco della Cassa Rurale. L’attività fu poi ceduta ai Supermercati Poli. 
Sempre in “casa Cittadini” fino agli anni settanta era presente il Bar dopolavoro Enal (Ente Nazionale Assistenza Lavoratori presente dal 1945 in sostituzione della fascista OND, Opera Nazionale Dopolavoro), gestito dal martignano Gardumi Alberto (presidente); in precedenza (ma la data non è stata accertata) era situato in Piazza Menghin Palazzo Sardagna. Il bardopolavoro Enal fu chiuso definitivamente in seguito alla sopressione dell’Enal da parte del Governo (anni ’70). 
La prima macelleria di Martignano era la Florio Decarli (di Cognola) poi trasferita fuori paese. La macelleria Floriani Giuseppe e Saverio, presente dal 1953, era inizialmente ubicata dove ora c’è il negozio di calzature in centro al paese, si spostò poi sull’incrocio con via Sabbionare. Fra gli artigiani “storici” si possono ricordare i calzolai Anselmo Moresco (anche sacrestano della chiesa, che abbandonò poi l’attività) e i Fronza che iniziarono con Vittorio (classe 1883). La “botega del Caliar” era situata dove ora c’è la sala riunioni circoscrizionale, nel centro Sociale, con accesso dalla scaletta allora costruita in senso contrario all’attuale. Il panificio Mosna Aldo iniziò l’attività in Piazza Menghin nel 1951, trasferitosi nel 1962 in via Don Leone Serafini, fino al 1978 quando cessò l’attività. Fra gli altri artigiani i muratori Leveghi Giovanni e successivamente negli anni ’60 i fratelli Piffer e gli idraulici Leveghi. Tutti hanno mantenuto e sviluppato notevolmente la propria attività. Fondamentalmente il paese era tutto lì. 
Fra le curiosità storiche si apprende che dal 1942 i primi tulipani del Trentino venivano coltivati a Martignano (gli ampi terrazzamenti godevano di un’esposizione ottimale e la vicinanza alla città facilitava tale commercio) e messi in vendita ai mercati di Trento. 

Fra le date storiche va ricordato: 
• 1938 fondazione della Parrocchia di Martignano (dagli annali della parrocchia si rilevano 756 abitanti) 
• 1943 costituzione della Filodrammatica La Baraca (Valdagni Franco - Scoz Valentino - Scarpari Pierino Moresco Luigi) la cui attività fu sospesa durante la 2° guerra mondiale 
• 1953 costruzione della “Casa del Bambino”, ora Scuola Materna Don Leone Serafini 
• 1954 costituzione dell’A.N.A. Gruppo di Martignano (Mazzalai Remo-Salizzoni Gino) 
• 1968 fondazione del Coro Monte Calisio (a seguito della “messa al bando” dei cori parrocchiali). 

Le notizie anzi riportate in sintesie forse frettolosamente non sono probabilmente complete ed esaustive, ma sicuramente contribuiscono a dare significato e volto alla storia “recente” del sobborgo.