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Ciondolo rif.Gaban

Uno dei Pasquali, del maso vicino, amava por­tare un «Gaban», un mantello. Di qui il nom legato al riparo, alla grotta. La campagna della valletta sottostante, coltivata a viti, gode di un piacevole microclima: la grotta del Gaban serYÌ per secoli da riparo agricolo. Quando fu fatta la scoperta, agli inizi degli anni Settanta, sopra Maso Pasquali stava esplodendo l'urbanizzazione con le nuove strade di traffico come la statale n. 46 della Valsugana e i plateali insediamenti di Martignano. Cominciarono gli scavi nella terra nera che copriva il sottoroccia e, a cinque metri di profondità, comparvero i primi reperti del Mesolitico. Più sotto il Mesolitico antico, un tem­po dai 4500 agli 8000 anni fa. Ce ne parla, tra gli altri, ancora una volta Aldo Gorfer (cfr. «Al di là della storia - I grandi capitoli della ricerca archeologica nella regione tridentina - Editrice Temi, 1980).

Gli antichissimi Martigani vissuti migliaia di anni fa utilizzavano tecniche che erano usate nella Padania e nelle regioni danubiane. Dal bacino del Mediterraneo arrivarono le collane di conchiglie che sono state rinvenute. (Chi rifiuta, tra la nostra gente, il contatto coi «terroni» in nome di un'idiota pretesa di purità etnica, dovrebbe studiarsi un po' di storia e scoprire che questi «contatti» li abbiamo da almeno cinquemila anni fa!). Quegli abitatori preistorici della collina del Calisio impararono a coltivare la terra, ad addomesticare gli animali, divenendo - da cacciatori e raccoglitori­ agricoltori.

Dalla Padania e dalla Mitteleuropa, lungo le piste della Drava e della Rienza, arrivarono le ceramiche ornate con impressioni ad unghia op­pure graffite dopo essere state levate dal fuoco. «Talune ceramiche neolitiche del Gaban sono un "unicum" europeo. Dimostrazione della forza culturale indigena alpina ... » ha scritto il Gorfer. Verso il 2000 a.c. gli uomini dell'età del rame costruirono nella grotta del Gaban dei forni fu­sori trasportando il minerale probabilmente dalla Valle del Fersina lungo la pista che attraversa il valico tra il Castelvedro e il Doss Castion, a oriente di Villamontagna.

I fonditori abitavano una casa di pietra e legno nel riparo della grotta: fondevano il rame e poi il bronzo: usavano vasi non più a «bocca quadrata» come gli abitanti più antichi ma vasi a forma di «campana rovesciata». Sconvolsero con le loro scorie gli strati sottostanti cosicché c'è un vuoto di reperti di quasi duemila anni tra la fine del Neolitico antico e la tarda Età del Rame.

VENERI, PESCI E FLAUTI

«Una grande varietà di stili decorativi e di fogge plastiche è riconoscibile nel Gruppo del Gaban, che costituisce il primo neolitico della valle dell' Adige, raggiungendo a volte risultati di estre ma finezza» ha scritto Bernardo Bagolini nel libro «Il Trentina nella preistoria del mondo alpino - dagli accampamenti sotto roccia alla città quadrata» (Edi­zioni Temi, 1980).

Del neolitico antico sono stati trovati alcuni sorprendenti, magici oggetti artistici incisi su pie­tra e osso. In pietra c'è un minuscolo «monolito», un idoletto alto tredici centimetri e mezzo, largo quattro e mezzo con grandi occhi e bocca. Tra questo e gli altri oggetti trovati al Gaban c'è una stupefacente somiglianza con quelli trovati sul Danubio, alle Porte di Ferro, presso Lepenskri Viro

C'è un ciondolo su placca ossea dalla forma di pesce; un osso di cinghiale con figura danzante; un femore cavo umano con incisioni geometriche identificato come un preistorico flauto (suonato per prova da specialisti del Conservatorio di Fi­renze).

Ma il reperto più commovente, più enigmati­co, è una «Venere» in osso alta appena sei centi­metri, dipinta con l'ocra, che ha fatto pensare ad una misteriosa civiltà matriarcale, a un santuario­villaggio al Gaban.

Fu scoperta nel 1972. Tanto sono sorprendenti questi rinvenimenti che ci fu chi, come Niccolò Rasmo nel 1977, ne mise in dubbio l'autenticità.

Ma gli scienziati, anche i più importanti, sono d'accordo: quei pezzi, custoditi al Museo di scien­ze naturali di Trento, sono misteriosi, sono bellis­simi: sono tutti autentici ...

Sino alla fine del Cinquecento, Martignano era un villaggio di poche case e di molti masi. I masi

erano proprietà della nobiltà trentina che, tra la fine del Cinquecento e il secolo seguente, vi eres­sero le loro residenze estive, o ristrutturando masi o erigendovi a fianco delle ville.

La residenza estiva era divenuta di moda per gli aristocratici, secondo lo spirito rinascimentale, che alternava l'attività nella città e l' «otium» de­dicato a ritemprare lo spirito nell'armonia della campagna. La residenza in campagna aveva an­che la funzione di sorvegliare da vicino i lavori agresti, i raccolti estivi e autunnali. Martignano, pur facendo parte del comune di Cognola, come villaggio, secondo gli antichi statuti della città, aveva diritto ad eleggere annualmente i propri sindaci. Erano loro a vigilare sulla proprietà co­mune di pascoli, dei boschi, delle acque, delle strade, multando e punendo coloro che arreca­vano danni al patrimonio pubblico. 

- Tratto dal libro Storie di Sobborghi di Renzo Francescotti edito nel 1993 da UCT Trento