Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Boschi, biotopi e animali selvaggi

È attraverso queste mulattiere, questi sentieri che i «Martignani», da sempre sono saliti sul Calisio per rifornirsi di legname e legna, per tra­sformare la legna in carbonella, per pascolare, per raccogliere i frutti selvatici, per cacciare o sempli­cemente per vagabondare nel grembo della natura. La ricostruzione dei boschi sulla montagna calva è stata lunga: nel dopoguerra salivano ragazzi delle elementari di Trento a fare la «Fe degli Alberi» (chi scrive ricorda di aver piantato con gli altri ragazzi un piccolo pino sopra Martignano: se è attecchito, ora dovrebbe essere piuttosto alto). Ora il Calisio, anche se non altret­tanto verde delle montagne che fanno corona a Trento, si presenta in una veste suggestiva, carat­terizzata dalla notevole varietà vegetale in cui abbondano le piante xerofite, ossia quelle che si adattano bene anche ai terreni privi di risorse idriche. Il Governo asburgico importò nel Trentino il pino nero d'Austria, un albero che vive in ter­reni poveri di nutrimento, attecchisce anche sui ghiaioni. Il pino nero che ama i terreni sopra i mille metri e il clima temperato-fresco si è «sacri­ficato» e riesce a vivere sull' Argentario sotto i mille metri in temperature calde per molti mesi all' anno. Una presenza preziosa la sua, piantato a gradoni sopra Martignano a riparare il paese dalle frane di massi e detriti, a dare conforto di ombra e di «belvedere» ai «Martignani».

Ma molte altre piante che si adattano alla scar­sità di acqua vivono sui fianchi e sul vertice del Calisio (cfr. AA.VV. - Il monte Calisio - SAT di Cognola, Trento, 1992).

Piante come il frassino minore, il carpino nero, il pero corvino, il ciliegio canino, la roverella, la frangula, il corniolo ... Con le scorze di frangula si fanno degli ottimi decotti per chi ha problemi di fegato; mentre il corniolo, ovvero il «cornàl», produce frutti mangerecci simili a ciliegie oblunghe e acidule con cui si possono fare meravigliose marmellate. È una pianta dal legno duro, straor­dinariamente resistente tanto che ha fatto nascere il detto trentina «san come en cornàl». Tra questi alberi e le erbe che prediligono le zone calcaree vivono mammiferi come il capriolo, la lepre, il tasso, lo scoiattolo, la volpe, il riccio, l'arvicola (una sorta di grosso sorcio) e si sentono i richiami di uccelli come la cincia mora, la cincia dal ciuffo, il fringuello, il ciuffolotto, il crociere (che becca i pinoli delle pigne), il «cucco» ovvero il cuculo, il luì piccolo col suo richiamo bisillabico, il colombaccio che tuba dalla cima degli alberi, il picchio rosso maggiore che picchia contro le cor­tecce in cui scava anche il nido, alla ricerca degli insetti xilofagi, mentre in alto ruotano lo sparviere, l'astore e il falco pecchiaiolo.

Nei terreni più freschi, più fertili, ad esposi­zione meno soleggiata, crescono i boschi cedui di faggi, castagni, riverelle, carpini, ornielli, frassini. Sono boschi che venivano ferocemente tagliati nel passato per il bisogno di legna da ardere e da vendere, da trasformare in carbonella, da utiliz­zare per le cotte nelle «calcàre»; o per il legname da opera (ambìto era soprattutto il faggio). Ades­so che questi boschi non vengono quasi più ta­gliati sono potuti ricrescere rigogliosi e vi trovano rifugio gli usignuoli dal melodioso canto nottur­no, lo zigolo giallo, il picchio nero, il picchio muratore (che costruisce un anello di fango all'imboccatura del suo nido nel cavo d'un albero), la ghiandaia e la poiana che va a caccia di piccoli tassi, di rane e d'arvicole. Più su, sulle zone rupestri fa il nido la rondine montana mentre il gheppio detto «falchét», ruota scrutando il terre­no in concorrenza con la poiana pronto a picchia­re su piccoli vertebra ti.

Ma non mancano le zone umide sull' altopiano del Calisio, zone frequentate oltre che dagli abi­tanti dell'altro versante (di Civezzano e Albiano), anche da «Cognolòti», «Martignani» e «Montesi». E non alludiamo al conosciutissimo lago di S. Colomba ma a zone umide e torbiere come quelle delle Grave, nota anche come il toponimo di «Le Lore» e ai biotopi di «Monte Barco-Materai». Il porfido, la roccia che forma i substrati del Calisio e i fini depositi morenici, poco permeabili, hanno la caratteristica di trattenere le acque. Sono bio­topi nei territori di Albiano e Civezzano, tutelati con legge provinciale, di modeste dimensioni ma che racchiudono un «habitat», un biospazio pre­zioso. Benché siano zone ricche di torba, non ri­sulta che in passato siano state sfruttate per rica­varne questo tipo di combustibile. Questo le ha preservate e difese da un intricato bosco di coni­fere e latifoglie, vi sono stati osservati uccelli ac­quatici migratori come i germani reali, e perfino l'airone cinerino ...

L'ultima cotta sul Calisio

Il monte Calisio, ricco com'è di calcare, do­veva essere particolarmente ricco di «calcàre» per fornire di calce la città. La carta di Regola del Comune di Meano del 1667 dedica ben due capi­toli alle «calcàre» prescrivendo che chi faceva una cotta doveva pagare al Comune una «bena di calce o l'equivalente». Non sappiamo quanti fossero questi forni per la calce sull' Argentario, né tanto meno quanti nel territorio di Martignano: attual­mente sono ancora visibili alcune «calcàre» nella zona orientale del Calisio, al Campel, sul Doss dela Galina, sul Doss del Cuz, al Pramaor ...

Dopo l'invenzione del cemento idraulico i for­ni per cuocere la calce progressivamente scom­parvero e con loro le cotte che bruciavano per otto giorni e otto notti. L'ultima cotta storica avvenne sul Calisio nel 1930: ce ne parla Valentino Leonardi nel libro citato poc'anzi. Era rimasta una notevole quantità di ramaglia e legna di scarto dal taglio di un bosco tra Pramaor e Prato alla Valle: legna di pino e ramaglie che non si riusci­va a vendere. Così ai fratelli Giuseppe e Valentino Leonardi di Orzano, a Mario Demattè e a Luigi Marconi di Osella venne l'idea di utilizzare la legna per una cotta di calce. Si usò la «calcàra» del Campèl, vicina ai luoghi di possibile vendita della calce come Civezzano, Villamontagna, Cognola e Martignano. La «calcàra» era una fossa cilindrica rivestita di sassi «r6bi» (di porfido) con un diametro dai 3 ai 5 metri: il vano veniva riem­pito con sassi di calcare, stando attenti a lasciare uno spazio in fondo per alimentare il fuoco, com­pletando la volta a cupola (il lavoro più tecnico, fatto da un «calcaròt» esperto) e chiudendo il tutto con un coperchio di terra argillosa.

Per quella che doveva essere l'ultima cotta del Calisio fu chiamato un «calcaròt» da Roncogno. Quando fu acceso il fuoco fu chiamato per la be­nedizione il cappellano di Civezzano, don Filiberto Luzzani. Da Martignano e da tutti i paesi vicini arrivarono i ragazzi delle scuole ac­compagnati a vedere l'evento. Ci vollero 800 quintali di sassi e altrettanti di legna per quella cotta, la cui «fogàra» nella notte splendeva di ri­flessi rossi, azzurri e gialli. Dopo otto giorni ven­ne ostruito con la creta il camino principale e quindi anche la bocca. Per raffreddarsi, la «calcara» impiegò dodici giorni. La calce prodotta pesava 370 quintali. Fu venduta. Ma quando si fecero i conti alla fine, il risultato di tanta fatica aveva fruttato la «bellezza» di cinque lire al gior­no di guadagno a testa.

Di cotte di calce sul Calisio non si è più sentito parlare ... 

- Tratto dal libro Storie di Sobborghi di Renzo Francescotti edito nel 1993 da UCT Trento