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Il Forte, uno dei cardini della difesa della città, era stato costruito attorno al 1880 dal Genio mili­tare austriaco. Nel 1914 venne adattato a magaz­zino militare e poi a polveriera. Ma una serie di strade militari, di opere militari, di baraccamenti vennero costruiti anche a guerra iniziata. Una delle famiglie che rimasero fu quella di Augusto Rizzoli, nato a Verla di Giovo nel 1906, arrivato a Martignano con la famiglia nel 1911. Suo padre Emanuele, contadino di Verla, con otto figli che poi divennero undici, aveva comperato dai ba­roni Altenburger l'antica casa con maso e cam­pagna di quattro ettari e mezzo. Scoppiò la guer­ra e Augusto ricorda come vicino alla canonica stessero i Ferrari, una strana famiglia di «Archimedi Pitagorici».

Un giorno costruirono una mongolfiera di car­ta rossa e la gonfiarono alla Busa dei Cavai, dove avevano una proprietà. Tutti i bambini erano n a guardare la mongolfiera che si levava in alto, gli austriaci credettero che fosse un pallone d'osser­vazione dei Serbi. Arrivarono da Trento con la cavalleria, entrarono nelle case con i fucili spia­nati fra il terrore della gente, tentarono di scalare il Calisio con i cavalli che si impuntavano. Ma non trovarono il pallone che era stato abbattuto da Checo Gaban (forse quello del «Riparo Gaban») con la doppietta. Era stagione di caccia.

«In paese c'erano molti prigionieri russi che venivano impiegati nei lavori di campagna - ci ha raccontato Augusto Rizzoli. - I Serbi invece non lavoravano "no i se jeva dent .... " Vivevano in un piccolo campo di prigionia a Maso Angeli che era stato requisito. lo andavo a prendere n Ivan, un giovane prigioniero russo che veniva dalla zona di Mosca. Era alto, biondo, bianco e rosso di pelle. Lo chiamavano Giovanni e mi portava sul­le spalle: diceva che ero la sua guida. Quando scoppiò la rivoluzione bolscevica Ivan e cinque sei russi manifestarono la loro simpatia per i bolscevichi. Li portarono via e non si seppe più niente di loro. lo ci rimasi molto male ... Mio padre era par­tito a combattere sulla Cima 12 in Valsugana. Verso la fine del'15 lo mandarono in Ungheria a Debrecen. Riuscì a tornare a casa nel '17. Aveva avuto la fortuna di conoscere un capitano medico che era stato a casa nostra per un certo periodo (nel nostro maso si era accampato il 50° reggi­mento, ben 300 uomini). Mio padre aveva cono­sciuto quell'ufficiale durante una licenza a casa e lo aveva incontrato di nuovo a Debrecen. L'uffi­ciale medico era di n. Si riconobbero e, dopo un po', quel capitano riuscì a farlo tornare a casa, addetto alla guardia di Villa Sardagna. Pratica­mente non solo non dovette combattere più, ma non faceva nulla. Mi ricordo che nel nostro maso c'era sempre un via vai di soldati che si accampa­vano. Noi eravamo affamati ma successe che i soldati dividevano certe volte il rancio con noi. Mi ricordo che venivano adoperati i bufali al posto dei cavalli o dei buoi, per tirare i carri. I bufali sono animali che vorrebbero sempre stare in ac­qua. Quando potevano scappavano e si buttava­no in qualche roggia o in qualche fontana. Per un certo periodo abitarono nel nostro ma so anche trecento cani da tiro, dormendo con i soldati. Li attaccavano in sei per ogni carretta. Non so da dove venissero: da qualche parte del fronte. Da­vano loro da mangiare autentiche porcherie, scarti di macellazione. Ricordo che rimasero a lungo le tracce del loro sangue tutto intorno alla stalla in cui li chiudevano ... ».

Negli anni precedenti la Grande guerra e tra le due guerre Martignano era un paese attorno ai cinquecento abitanti, la cui economia si fondava sulla campagna.

Ben pochi erano gli opera~: uno di questi era Giovanni Scarpari, classe 1888, figlio di Pietro muratore che da Schio era arrivato in paese alla metà dell'Ottocento, sposando Teresa Boller di maso Bolleri.

Giovanni divenne padre di quattro maschi che hanno fatto un po' la storia di Martignano, di cui avremo occasione di parlare.

Lavorava alla distilleria Lazzaretti, quella che produceva il famoso «Lampone Lazzaretti»: vi lavorò sino a 45 anni, quando morÌ per le mici­diali esalazioni della fabbrica. I pochi operai che lavoravano a Trento scendevano in città e risali­vano a piedi.

Qualche fortunato aveva la bicicletta, che allo­ra costava un patrimonio: ma se scendeva como­do doveva poi spingere il ciclo da Port' Aquila sino al paese, per circa quattro chilometri di sali­ta.

Uno che scendeva in bicicletta era don Leone Serafini per andare ad insegnare in seminario: al ritorno la spingeva anche lui e solo se nell'ultimo tratto incontrava qualche ragazzo cedeva la fatica a lui, orgoglioso di spingere la bicicletta del par­roco. 

ANCORA GUERRA

Con la nuova guerra mondiale e tutti gli uo­mini validi arruolati la situazione precipitò. Lo stesso Valentino Scoz fu richiamato nel 1939, lui assieme a cinque fratelli. Alla fine potè ritornare dietro il bancone di alimentarista. Con incredibile fortuna tutti i sei fratelli Scoz poterono, a guerra finita, rientrare salvi in paese. I rifornimenti fra la città e il paese, sotto il pericolo delle bombe, era no pericolosi. Chi, come il «Gusto», continuava a farli, rischiava il carro, i buoi e la propria pelle. Si viveva con l'angoscia che anche Martignano po­tesse essere colpita dalle bombe. Il 13 maggio 1944 ci fu a Trento il più tremendo bombardamento dopo quello della «Portèla»: le bombe caddero a Gocciadoro, in piazza Duomo, in via Brennero; distrussero il sobborgo di San Martino con l'anti­chissima chiesa degli zattieri che risaliva al 1100; scalarono la collina della Cervara spianando la chiesa dei Cappuccini, lambirono il territorio di Martignano. Ci furono 130 morti. E un altro bom­bardamento si avvicinò pericolosamente a Martignano, dove c'erano anche sfollati, nel gen­naio del 1945. Fu così che don Leone Sera fini fece sottoscrivere alle famiglie un voto per la costru­zione della nuova chiesa se, a guerra finita, il paese e i suoi abitanti si fossero salvati; firmarono tutti di contribuire in denaro o opere. Era 1'11 febbraio del 1945 ...

- Tratto dal libro Storie di Sobborghi di Renzo Francescotti edito nel 1993 da UCT Trento